Le catastrofi naturali: i terremoti

“Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione dei sopravvissuti vivrà nel mio animo… ” (Sandro Pertini dopo il terremoto che devastò l’Irpinia nel 1980)

Questa descrizione penso sia perfetta per rappresentare ciò che un sisma si lascia alle spalle: morti, devastazione e disperazione. In questo articolo cercherò di analizzare non tanto come si formano i terremoti ma come si possono prevenire, come si classificano, quanto siano potenti, specie se confrontati con le armi, e, inoltre, porterò alla vostra attenzione alcuni sismi “record” della storia del nostro pianeta.
I terremoti sono gli eventi naturali più potenti al mondo e sono anche estremamente difficili da prevedere. Sono provocati dallo spostamento improvviso di una massa rocciosa (di solito nel sottosuolo). Questo movimento causa il rilascio improvviso dell’energia accumulata per decine o centinaia di anni, generando il sisma.  La loro forza è molto variabile: si va da terremoti che sono così deboli da poter essere avvertiti solo dagli strumenti sismici fino a sismi talmente potenti da essere in grado di causare migliaia di morti, un numero enorme di feriti e di distruggere molti edifici. I terremoti di minore magnitudo sono quelli più frequenti. Di questi eventi se ne verificano diverse migliaia al giorno. Al contrario, quelli di maggiore magnitudo si riscontrano più raramente. A rendere ancora più pericolosi questi eventi è la scarsa prevedibilità del fenomeno: infatti, al momento non esistono strumenti o tecniche adeguate per prevedere i terremoti. Sebbene non esistano modi per prevedere i sismi esistono tecniche di costruzione (dette antisismiche) per minimizzarne i danni di terremoti molto potenti. Costruire edifici antisismici è un ottimo modo per limitare i danni soprattutto in zone ad alto rischio sismico (Giappone, Italia, Cile, California…).
Per classificare i terremoti si usano prevalentemente due parametri: l’intensità e la magnitudo. L’intensità indica le conseguenze di un sisma: quanti morti ha causato, se ha dato origine a maremoti e quanto questi sono stati distruttivi, i danni agli edifici e quelli al suolo. Esistono varie scale che valutano l’intensità di un terremoto tra cui la scala Mercalli-Cancani-Sieberg (o, più brevemente, scala Mercalli): questa scala è suddivisa in dodici gradi. Il grado uno denota scosse percepibili solo con strumenti sismici, il grado dodici scosse che riescono a distruggere tutti gli edifici, lasciare pochi superstiti, causare lo sconvolgimento del suolo e dare origine a maremoti distruttivi. La magnitudo, invece, consente di misurare, in maniera indiretta, l’energia rilasciata dal terremoto: quando la differenza di magnitudo è pari a 1 l’energia rilasciata è 10(3/2) (circa 31,6) volte superiore. Per esempio l’energia rilasciata da un sisma di magnitudo 6 sarà 63 TJ quanto la bomba atomica sganciata su Hiroshima, mentre un terremoto di magnitudo 8,35 rilascerà la stessa energia della “Bomba Zar”, la bomba più potente mai sperimentata dall’uomo. La magnitudo si misura su una scala logaritmica: questo significa che, a parità di distanza da dove si origina il sisma, lo “scuotimento” sarà dieci volte maggiore per un terremoto che abbia magnitudo maggiore di 1 rispetto ad un altro sisma. Molto usate per la misurazione della magnitudo sono la scala Richter e la scala di magnitudo del momento sismico: la prima è più veloce da calcolare mentre la seconda è più precisa, soprattutto, per terremoti con magnitudo elevata. Intensità e magnitudo non presentano una particolare affinità: per esempio potrebbe avvenire un terremoto di magnitudo 9 in una zona disabitata e, quindi, causare pochissimi danni; viceversa potrebbe capitare che un terremoto di magnitudo più bassa causi danni enormi. Un esempio di ciò è il terremoto che nel 2010 ha colpito Haiti: la sua magnitudo fu pari a 7 ma, secondo le stime del governo di Haiti e dell’OCHA, morirono più di 220000 persone (secondo il governo di Haiti i morti sarebbero, circa, 316000).
Il terremoto di maggiore magnitudo (9.5) mai registrato è stato il terremoto di Valdivia, in Cile, del 1960. Questo evento causò la morte di, circa, 3000 persone e colpì, oltre al Cile, anche attraverso il maremoto che seguì, altri luoghi come, ad esempio, le Hawaii e il Giappone. La scarsa densità della popolazione nella zona del sisma contribuì molto a limitare il numero delle vittime. Il terremoto che causò più morti fu il terremoto dello Shaanxi del 1556 che causò, circa, 830000 morti. Questo non fu dovuto solo alla magnitudo del sisma (che si stima fu 8) ma anche per altre cause: la principale fu che molte persone residenti in quella regione vivevano in caverne artificiali la maggior parte delle quali crollarono aumentando notevolmente il numero delle vittime.

Per finire ho deciso di citare una frase del filosofo tedesco Immanuel Kant tratta dallo scritto “storia e descrizione naturale degli straordinari eventi del terremoto che alla fine del 1755 ha scosso gran parte della terra” (riguardante il sisma che nel 1755 distrusse gran parte della città di Lisbona).
Non intendo riportare la cronaca delle sofferenze che esso ha inflitto agli uomini, né fornire l’elenco delle città rase al suolo o degli abitanti sepolti sotto le macerie. Bisognerebbe mettere assieme tutto ciò che l’immaginazione può rappresentarsi di terribile per riuscire a farsi un’idea approssimativa dello sgomento che coglie gli uomini quando la terra sotto i loro piedi si muove, quando tutto crolla intorno, quando le acque sconvolte sin negli abissi completano la sciagura con le inondazioni, quando la paura della morte, la disperazione per la perdita completa di tutti i beni e infine la vista di altri infelici abbattono anche gli animi più coraggiosi…

Gabriele Salvarani

“Le gravi catastrofi naturali reclamano un cambio di mentalità che obbliga ad abbandonare la logica del puro consumismo e a promuovere il rispetto della creazione” Albert Einstein

Parola a coach Marco Munzio: tra un canestro e l’altro!

È un martedì pomeriggio afoso in quel di Bologna. Mi dirigo verso il centro della città, in via Oberdan, a trovare un esperto allenatore di basket. Marco Munzio, con il quale ho avuto il piacere di lavorare lungo tutta la stagione sportiva 2016-2017, ha allenato durante la passata annata il gruppo under18 della BSL San Lazzaro e il team “Bologna Airlines” con il quale ha centrato una storica promozione dalla Prima divisione. Appena arrivato in azienda, Marco mi presenta subito ai colleghi con molta cortesia, caratteristica che da sempre lo contraddistingue sia fuori che dentro al rettangolo di gioco. Dopo qualche convenevole abbiamo la possibilità di sedere in una stanza a vetri in perfetta solitudine. Non ho particolare necessità di dettare le regole dell’intervista in quanto Marco sa bene cosa ha intenzione di comunicarci e da sé ci conduce nel vivo della discussione.

Ciao Marco, grazie per averci concesso questa intervista…

Grazie a te. Sono felice di avere l’opportunità di prendere parte a questa intervista, è un’esperienza della quale avevo bisogno… [mi interrompe dal principio, è il bello di coach Munzio!]

Iniziamo con una breve presentazione, quali sono le tue esperienze da head coach? Il tuo palmarès riporta un nome illustre e apprezzato da una buona metà del popolo bolognese…

È così per certi versi, ma non esagererei! Ho iniziato a 17 anni come assistente nella ormai ex società del Castiglione Murri. Mi sono fatto le ossa in questo contesto, imparando molto da numerosi allenatori. Successivamente ho allenato in diverse realtà della pallacanestro nostrana tra le quali Calderara, Pontevecchio, Vergato e New Flying Balls Ozzano. Durante il triennio ’01-’03 invece ho avuto il privilegio di lavorare nel settore giovanile della SG Fortitudo (Società Ginnastica Fortitudo), poi ribattezzata “Fortitudo 103”. Posso solo dire “grazie” a questa società che mi ha concesso la possibilità di vivere anni indimenticabili alla guida di numerose squadre di cadetti e juniores di livello nazionale. Dopo questa esperienza ho allenato diverse squadre di serie D e “minors“, sempre nella provincia di Bologna che è e rimane la città perfetta per respirare basket.

Come mai non hai tentato di fare il salto di qualità cercando di allenare squadre di più alta categoria?

Il mestiere dell’allenatore non è mai stato il mio primo lavoro, così ho dovuto scegliere. Avendo solo le sere a disposizione per allenare diventava sempre più complesso gestire ogni impegno [il coach chiosa un po’, ma si percepisce sincerità nei suoi occhi].

Entro subito nel vivo dell’intervista; sei un allenatore di grande esperienza avendo calcato la maggior parte dei parquet di questa provincia per ben 33 anni, come definiresti la pallacanestro italiana al momento?

A livello giovanile posso dire che la situazione è tutto fuorché negativa. Forse vado un po’ in controtendenza, tuttavia i ragazzi di oggi dimostrano di aver raggiunto una fisicità di gran lunga superiore alle mie più rosee aspettative e di talenti se ne vedono ancora nelle palestre di tutta Italia. Il problema va cercato nel “sistema pallacanestro” con il maggior campionato della nostra divisione che fatica ad esprimere un gioco tecnico all’altezza delle migliori nazioni d’Europa.

Perché succede questo? Cosa non funziona nel nostro basket?

Sono diversi i fattori che condizionano la nostra A1. Da istruttore giovanile non posso che ravvisare una mancanza di attenzione da parte delle nostre società nei confronti dei giovani italiani. Abbiamo aperto i confini del nostro stato e della nostra pallacanestro in modo eccessivo. Se da un lato è giusto e legittimo aprire le nostre palestre agli stranieri e ai comunitari, dall’altro non è ammissibile che la maggior parte delle società odierne disinvesta partendo dalla smobilitazione del nostro patrimonio. Si dice che un ragazzo italiano rappresenti un costo eccessivo per le casse societarie, ma questo è un fatto che paghiamo a caro prezzo.

Coach, ci spieghi brevemente il perché un italiano under20 sarebbe un costo per una società di basket italiana.

È molto semplice: alti costi di formazione, la necessità di pagare un corrispettivo economico annuale alla società di provenienza del giocatore e per finire l’assoluta mancanza di pazienza verso la gioventù. Il talento si costruisce con gli investimenti e sopportando alcuni errori dettati dall’inesperienza ma questo è un paese che da molto tempo ha perso la capacità di investire sui suoi talenti migliori. Perdi una partita perché una futura promessa della tua squadra ha perso un pallone nei minuti finali di un match? Pazienza, avrai perso una partita…ma stai guadagnando un giocatore per il futuro!

Non sembrano in molti a fare questo ragionamento, lo dico da allenatore di settore giovanile e minibasket. Cosa ne pensi tu a riguardo?

Non è del tutto vero, pochi giorni fa ho assistito ad un clinic di Piero Mellina (allenatore di grande esperienza), il succo del ragionamento era il seguente: “dobbiamo far giocare in prima squadra i ragazzi fin da quando hanno 16 anni se hanno le capacità per stare a quel livello”. Un certo Danilo Gallinari ha partecipato per la prima volta ad un campionato di serie B a 16 anni, ha vinto e l’anno dopo è andato in A2. Com’è andata a finire, lo sappiamo tutti…

Certo si tratta di un giocatore molto particolare, quasi unico nel suo genere. Non c’è il rischio che molti ragazzi si lascino trascinare da una speranza poco concreta a discapito di valori fondamentali come l’educazione o l’istruzione?

Il rischio è concreto ma credo sia dettato unicamente dalla nostra visione di percepire lo sport. Dovremmo prendere spunto dai paesi anglosassoni, nei quali ogni bambino/ragazzo pratica sport. Dopo di che, i più talentuosi vengono iscritti ad un  campionato competitivo e lì si cerca di fabbricare sportivi di valore. Prima di tutto comunque, occorre insegnare i valori dello sport a questi ragazzi. Fargli capire che dentro un campo da gioco possono trovare risposte utili per quella che sarà la loro vita fuori dalla palestra o stadio che sia.  Da allenatore, mi sento portato per insegnare ad un giovane le regole fondamentali per vivere nel modo giusto questo “conflitto”. Poi, chi avrà talento tenterà il passaggio dalle giovanili alla prima squadra. I restanti, faranno qualcosa di speciale in un altro contesto.

Cosa può fare un allenatore per gestire nel modo giusto il proprio giocatore?

Bisogna volere il bene dei ragazzi. Chiediamoci “ho sempre allenato per il bene del mio giocatore”? Ho sempre cercato di lavorare nel suo interesse, anteponendolo al mio? Oppure ho troppo spesso assecondato il volere sterile e ottuso di una società con mancanza di prospettiva? E con questo non voglio dire che sia stato il mio caso…ho avuto la fortuna di lavorare con persone di spessore umano e sportivo non indifferente in QUASI tutte le società per le quali ho allenato. [rimarca il QUASI con tono sarcastico e un sorriso provocatorio]

Un’ultima domanda Marco: siamo alle battute conclusive di un campionato molto particolare. Poche società storiche hanno preso parte alla contesa, molte realtà in grossa difficoltà finanziaria (alcune di esse non si capisce come facciano ad iscriversi al campionato), squadre piene di stranieri. Siamo di fronte ad un sistema agonizzante oppure è tutto nella norma?

Brave le finaliste Trento e Venezia [poche ore dopo vincerà lo scudetto 2016-2017] perché hanno creduto in un progetto e lo hanno portato avanti per molti anni. Buscaglia, bolognese di provenienza cestistica, ha ricevuto grande fiducia e allena “l’Aquila” da diverso tempo. Questo gli ha permesso di costruire una squadra, investendo in giovani italiani e stranieri affidabili. Flaccadori è la dimostrazione che i più giovani possono stare in una finale di A1 (anche se italiani). Venezia dal canto suo, ha Tonut e Ress. Un po’ poco per definirsi una squadra ITALIANA eppure hanno raggiunto risultati eccellenti grazie alla fiducia nel progetto tecnico e ad un patron che ha investito molto nella squadra. Pazienza e COSTRUIRE, queste le parole d’ordine per arrivare in alto. Peccato solo che siano pochi gli italiani protagonisti. In A2 è andata decisamente meglio grazie ad una semplice direttiva tecnica che regolamenta il numero massimo di stranieri tesserabili. Poi, se piazze come Bologna, Treviso, Trieste, Roma, Siena e Biella sono relegate nella seconda serie e fanno più ascolti e abbonamenti del 75% delle squadre di massima divisione…qualcosa da rivedere c’è senz’altro.

Vuoi salutare i nostri lettori e dare qualche consigli agli allenatori di domani?

Dico solo questo: ci vuole grande passione e NON esagerare con i sacrifici. Il tempo è denaro. Se si ha un’idea bisogna portarla avanti motivandola e giustificandola con coraggio e senza temere ritorsioni di alcun genere. L’importante è credere in quel che si fa e lavorare con il massimo impegno. Allenare significa trasmettere qualcosa, a se stessi e agli altri. E, soprattutto, ricordatevi di sognare e il resto verrà di conseguenza!

Grazie per il tempo concessoci, Monz!

Grazie a voi di Scriptema per l’opportunità e grazie a te per tutto! Continuerò a seguirvi…

Francesco Garulli, intervista a Marco Munzio

 “Allenare significa trasmettere qualcosa, a se stessi e agli altri. E, soprattutto, ricordatevi di sognare e il resto verrà di conseguenza!”

“Thomas Malthus e la fobia della crescita demografica”

Thomas Robert Malthus non va assolutamente sottovalutato. Lo hanno fatto molti suoi contemporanei e numerosi studiosi successivi alla sua epoca, eppure questo economista merita l’appellativo di “Grande” della scienza economica grazie ad una brillante intuizione. Infatti sarà il primo a fare della demografia una scienza.

Figlio di Daniel Malthus, il quale a sua volta fu grande amico di Rousseau e del famigerato filosofo David Hume, Thomas si distinguerà da subito per una notevole facilità nell’elaborare concetti economici di stampo prettamente macroeconomico quali il tasso di crescita della popolazione e della produzione agricola. Nato a Guilford (nella contea di Surrey, dell’Inghilterra sud-orientale) nel 1766, fu il settimo di una vera e propria nidiata. Non è difficile comprendere i motivi che lo spinsero a teorizzare una eccessiva crescita demografica dell’umanità, con sei fratelli sotto un unico tetto chiunque svilupperebbe una certa asprezza verso il genere umano!

Comunque sia, questo “Big” dell’economia si spinse fino a fondare una teoria universalmente conosciuta (e altrettanto universalmente ridicolizzata dagli amici dello stesso economista) che porta il suo nome: il Malthusianesimo.

Saggio sul principio della popolazione

Scritto e pubblicato nel 1798, questo testo ha come obiettivo principale quello di porre in evidenza l’eccessivo sviluppo demografico che il genere umano stava producendo negli anni in cui il giovane Malthus scrive la sua opera. Da appassionato di matematica, Thomas vuole dare una spiegazione aritmetica alla sua teoria. Egli afferma che esiste una differenza fondamentale fra tasso di crescita della produzione agricola e tasso di crescita della popolazione. Il motivo è presto detto: essendo la terra un mezzo di produzione a rendimenti decrescenti (più ne utilizzi, più si deteriora e all’utilizzo successivo potrai produrre meno) ed essendo il tasso di natalità superiore al tasso di mortalità per quanto riguarda il genere umano, questo significa che la terra è destinata a deperire e lasciare l’uomo senza nutrimento. Vediamo di fare un po’ di chiarezza…

Per Malthus, il tasso di crescita dei mezzi di produzione aumenta aritmeticamente secondo una progressione lineare (1,2,3,4…). Viceversa, il tasso di crescita della popolazione è descritto da una progressione geometrica (1,2,4,8,16…) e dunque di molto superiore alle potenzialità della produzione agricola. In particolare, l’economista inglese profetizzò una crescita costante della popolazione tale per cui ogni 25 anni il genere umano sarebbe raddoppiato (secondo questi calcoli oggi avremmo raggiunto un totale di 250 MILIARDI di individui, neanche i topi riuscirebbero a tenere un ritmo così elevato…).

“La popolazione, se non è controllata, cresce in proporzione geometrica. I mezzi di sussistenza crescono solo in proporzione aritmetica.”

I rimedi contro l’esplosione demografica

Secondo il nostro illustre economista, i rimedi (o “freni” come li definisce Malthus stesso) per evitare la catastrofe sarebbero di due tipologie. “Freni negativi” e “freni positivi”.

  • Freni “negativi”: fanno parte di questa categoria tutti quei rimedi che limitano il numero delle nascite. Parliamo quindi di contraccezione e astinenza in ogni forma possibile ed immaginabile (immaginate che spot sarebbe stato per la Durex…);
  • Freni “positivi”: a questa tipologia cruenta e disumana fanno invece parte i rimedi che porterebbero  alla morte dei nuovi nati. Il riferimento è a carestie ed epidemie, le principali cause di morte di quell’epoca.

Intendiamoci, l’accezione positivo-negativo fornita da Malthus nulla ha a che vedere con la sua opinione riguardo alla bontà del rimedio. Malthus non volle affermare con convinzione che la morte dei piccoli fosse migliore del limitarne le nascite ma certo è che sotto un semplice aspetto aritmetico questi rimedi alquanto drastici avrebbero portato ad una diminuzione degli individui e quindi sarebbero risultati più efficienti.

Non solo detrattori…

Molti economisti hanno criticato Malthus sia per quanto riguarda l’aspetto tecnico della sua teoria che per quanto concerne il profilo umano. Il solo fatto che l’economista invocasse queste tipologie di rimedi facendoli gravare interamente sulla classe povera indispettì l’80% della popolazione (no, non sono dati Istat questa volta!). Tuttavia l’analisi della tendenza del tasso di crescita demografica rimane un pezzo di analisi empirica di indiscutibile valore. Una serie di illustri scienziati ed economisti si rifecero a Malthus per l’elaborazione delle loro teorie. Tra i tanti John Maynard Keynes, David Ricardo (con la sua caduta tendenziale del saggio di profitto, successivamente rielaborata da Marx) fino ad arrivare a Charles Darwin e Alfred Russel Wallace e alla loro “teoria dell’evoluzione” (ricordate la selezione naturale?!). Male ma non malissimo insomma…

“Chi non ha soldi non ha diritto all’esistenza, e soprattutto non ha il diritto di procreare. Dato però che il rapporto sessuale senza volontà di procreare è peccato, i poveri non hanno neppure il diritto di abbandonarsi ai propri istinti sessuali.”

La “toppa” dell’economista

Dove fallì Malthus? Volendo essere onesti, un po’ ovunque.

Prima di tutto, non seppe prevedere la tendenza demografica del dopo rivoluzione industriale. Un maggior benessere generato da una maggior produzione di beni e servizi portò gli individui a riprodursi in misura decisamente minore. Ancora oggi nel mondo, nazioni più sviluppate con un alto benessere sociale e spese di welfare consistenti sono soggette ad invecchiamento e possiedono un basso tasso di natalità. Molto diversa è la situazione dei paesi meno sviluppati ‘ove famiglie in difficoltà economica e in stato di assoluta povertà sono costrette ad accrescere il proprio numero famigliare per poter avere più braccia disposte a lavorare (è una visione grottesca del mondo, tuttavia non meno veritiera). Inoltre, Malthus non previde (e, onestamente, non possiamo fargliene una colpa) la crescita esponenziale della produzione agricola e la nascita della cosiddetta “agricoltura intensiva”.

I posteri non hanno aiutato Thomas Malthus, smentendo l’economista sotto vari aspetti. Tuttavia l’importanza di questo pensatore illustre è riconosciuta universalmente, non soltanto perchè esprime una paura generale e condivisa da molti ma anche e soprattutto per l’influenza che seppe esercitare sui pensatori successivi.

In conclusione, se anche voi pensate che il genere umano sia troppo presente sulla faccia della terra e che questo porterà all’avvicinarsi inesorabile del giorno del giudizio, siete senza dubbio dei Malthusiani (a vostro rischio e pericolo, aggiungerei…)!

Francesco Garulli

 

Riflessioni di un “pilota” mancato

Mi ero ripromesso di non scrivere di me stesso e delle mie emozioni su questo blog. In fin dei conti, sono un ragazzo del tutto ordinario. Sono tendenzialmente basso, magro, più brutto che bello, moderatamente intelligente… Me lo dico da solo, mia nonna un giorno mi disse: “Francesco, devi darti delle soddisfazioni da solo perchè difficilmente queste arriveranno dagli altri”. A distanza di qualche anno ho imparato anche un’altra cosa fondamentale, che come fai sbagli. Sei debole quindi perdente, sei forte quindi antipatico per cui tanto vale essere coerenti almeno con se stessi. Ho passato la prima settimana dopo l’esame di maturità (parliamo di due estati fa, non del giurassico) a svegliarmi all’alba e osservare il sole che sorge, dopo cinque giorni ne ho avuto abbastanza. L’estate prima invece ho comprato e letto un giornale ogni giorno fino ad agosto (i miei genitori ancora mi rinfacciano l’esborso economico, all’epoca non avevo ancora l’ombra di uno stipendio….seppur misero). Mi soffermavo su ogni singola parola per carpirne il significato e per far sì che questa entrasse nel mio quotidiano. Diverse volte mi sono immaginato a parlare con il mio peggior nemico e rinfacciargli quelle parole con tono trionfante, al termine di una fantasiosa disputa. Poi ho capito che il mio nemico non esisteva e che tutti a turno lo potevano essere…me compreso. Prima di prendere la patente ho passato diverso tempo a giudicare i miei amici per il fatto che le loro famiglie gli regalassero una macchina da neopatentati, salvo poi ricevere lo stesso trattamento di favore da mio padre. Una Fiesta usata, le parole da lui pronunciate furono più o meno le seguenti: “Voglio che guidi, e siccome io ho guidato tre fiesta da giovane questa è la TUA macchina”. Ho preso e portato a casa.

La mia vita è mutata dopo questo acquisto; “io sono fatto per stare su una macchina”, ho pensato. Dopo un mese ho preso in contromano la strada della mia futura università e sono entrato in un parcheggio dal marciapiede (notare che ingresso trionfale!). Perciò, ho ben presto capito che quella frase era decisamente una cazzata. Ma continuo a sognare di essere fatto per stare su una macchina. Per questo motivo, non posso fare a meno di restare incollato al televisore durante la 24H di Le Mans.

Per chi non lo sapesse, la 24h (ore) di Francia è la massima competizione automobilistica esistente al mondo. 60 team, 4 categorie, 3 piloti per ogni squadra (60X3=180!) Si inizia di giorno, alle 14 del pomeriggio e si conclude un giorno esatto dopo. In mezzo, il tramonto, la notte, l’alba…

Ora desidero immaginarmi nell’unico posto al mondo in cui posso essere realmente me stesso, sulla mia macchina e possibilmente da solo.

Mi soffermo: avete presente la sensazione di guidare in notturna. Funziona più o meno così: la mano sinistra sul volante, la destra su cambio (non provate a fare il contrario), scalo una marcia alla volta con estrema tranquillità, finestrino abbassato di due dita. Attorno due suoni soltanto, le lucciole e il fruscio aerodinamico (naturalmente è estate durante il mio ipotetico viaggio). Non c’è differenza fra me e la vettura perchè siamo soli…siamo una cosa sola. Arrivo al parcheggio, punto il muso verso l’esterno e rientro a mezzo volante in controsterzo. Scendo e guardo in alto. Ci sono solo due elementi: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me (non sono parole mie, me le ha insegnate Immanuel). Mi siedo sul divano e accendo Eurosport (potete indovinare quale competizione automobilistica io stia guardando).

Chiudo gli occhi e immagino di essere nella stessa situazione, la Fiesta è una 488 Speciale. Il parcheggio è il box e sono appena salito sulla vettura. All’uscita dalla corsia disinserisco il limitatore, faccio una serie di curve veloci, una a sinistra e una a destra nell’istante successivo. Devi scalare in terza marcia per far sterzare la vettura e non far pattinare le ruote. Qualche metro più avanti, una curva a destra a parabola; sto attento in uscita perchè a sinistra c’è il muretto (purtroppo, c’è chi è morto in quel punto). Poi solo linea retta, 200km/h poi 250…300…310km/h! E in un attimo sono di nuovo io, con la mia Fiesta veloce e gli stradelli guelfi vuoti dinanzi.

Poi apro gli occhi, sono sul divano. La luce blu del televisore mi stanca le pupille dilatate dall’emozione del sogno, la testa è pesante. Sono le 2 di notte. Non sono un pilota, nè di formula 1, nè di Gran Turismo. Forse è vero quel che vado dicendo da qualche anno, se solo fossi salito su un kart a 6 anni ora la mia vita sarebbe diversa. Aprirei gli occhi e con il corpo sentirei lo sbalzo d’aria di una LMP1 che mi sdoppia a pochi metri di distanza ed io, in testa alla Le Mans categoria GTE PRO, guido. Ma non mi fermo al traguardo, vado avanti finchè ho asfalto sotto gli pneumatici. E penso “non mi prenderanno mai”! Perchè so dove devo essere, so cosa devo fare. Ma cosa più importante, so chi sono.

Ma chi sono davvero, nella realtà? Non sono un driver, non un fenomeno. Rimpiango di non aver mai visto correre Ayrton. Probabilmente sono solo un appassionato di automobilismo. E questo, forse, è tutto ciò che importa.

Un “pilota mancato”

“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita”  Ayrton Senna

 

Il capitalismo Nord-europeo

I paesi dell’ Europa del nord attirano da molto tempo l’attenzione degli studiosi di politica per la loro capacità di combinare un’elevata competitività economica con un ‘ alta qualità della vita. Tuttavia,  negli ultimi tempi si è creato un forte dualismo dovuto alle differenze fra autoctoni e immigrati (tratteremo questo problema in seguito).  I paesi in esame sono Finlandia , Norvegia, Danimarca e Svezia (il primo fra questi è un caso molto interessante in quanto rappresenta un sistema a metà strada tra il modello capitalistico occidentale e quello sovietico).

Le caratteristiche del modello capitalistico del Nord Europa

Ciascuno di questi paesi riesce a garantire un welfare a copertura universalistica, una forte pratica di concertazione per la trattativa sindacale e un forte potere statale che però non si contrappone alla dinamicità economica.

Lo stato gioca un ruolo proattivo a sostegno dello sviluppo, garantendo un livello di investimenti tra i più alti d’ Europa. Il settore pubblico offre beni collettivi tramite la sua funzione di datore di lavoro e di ottimo erogatore (Worldwide Governance Indicators lo colloca come il migliore) . Infatti troviamo la quota d’occupazione più alta del continente. Questa elevata presenza di beni collettivi si riscontra nell’elevata presenza di centri di ricerca pubblici e università.

Il sistema Welfare è considerato come enabling welfare state (cioè, rappresenta un sistema efficace di creazione delle competenze lavorati per i cittadini) grazie alla sua capacità di mantenere elevate garanzie per i lavoratori ma allo stesso tempo permettere servizi individualizzati che favoriscono il reinserimento del lavoratore in caso di perdita di lavoro o licenziamento. La concertazione (ovvero gli accordi tra i vari gruppi di interesse) hanno permesso elevati minimi salariali rendendo non perseguibili vie “basse” (abbassando il costo del lavoro a scapito degli stipendi dei lavoratori) allo sviluppo rendendo quindi necessaria l’innovazione per le imprese. Fondamentale per lo sviluppo del settore produttivo è la presenza di consolidate istituzioni di rappresentanza dei lavoratori e datoriali (i sindacati). C’è infatti una bassissima frammentarietà sindacale ed un’alta partecipazione dovuta al vecchio sistema Ghent (tale modello prevedeva che il sindacato si preoccupasse della gestione dei fondi di disoccupazione).

Per dar vita a tutte queste innovazioni istituzionali è necessaria una politica forte e coesa. Un punto cardine di tale modello è dunque la capacità del governo di rimanere in carica senza il voto di fiducia che permette di avere anche governi di minoranza che permettono un perpetuo confronto con le parti. Ciascun partito può creare coalizioni con altri senza creare quindi fratture radicali di governo.

Il mercato del lavoro

La struttura interna del lavoro è molto flessibile perchè garantisce al lavoratore un’ampia autonomia decisionale, favorendo un’alta produttività. Il mercato del lavoro è ad alta partecipazione con alti tassi di partecipazione maschile e femminile (migliori in Europa per quanto riguarda l’occupazione femminile). Il contratto part-time è assente se non di tipo volontario (elemento innovativo, quasi un’utopia se paragonata al nostro sistema paese), la disoccupazione è bassa e vale anche per quella di lungo periodo. Questi risultati sono dettati soprattutto da un sistema welfare di tipo defamilistico. Si garantisce così un sistema fiscale a livello individuale e non familiare che ha favorito l’ occupazione al mercato del lavoro, tutto questo unito ad una massiccia presenza di politiche attive nella formazione ha ridotto il dualismo generazionale del mercato (altro elemento di differenza rispetto al nostro paese).

La flexicurity

Questo modello capitalista favorisce il triangolo d’oro della flexicurity, un sistema basato su tre principi:

  1. Il primo principio è quello di puntare su un’ elevata flessibilità esterna ma allo stesso tempo garantire la sicurezza dell’ occupazione;
  2. Garantire il punto 1 con elevate politiche attive basate su un piano individuale;
  3. elevati sussidi di disoccupazione qualora il punto 2 fallisca.

Il sistema welfare è di tipo universalistico (uno studioso contemporaneo di nome Esping-Andersen lo ha definito “Modello Socialdemocratico” nella sua opera “Three worlds of welfare capitalism”) poiché permette a tutti i cittadini di usufruire di sanità pubblica gratuita, sistema di istruzione ed un’estesa e generosa protezione contro i rischi sociali. E’ anche molto facile l’ accesso a tale sistema. E’ finanziato per via fiscale in maniera progressiva e non  proporzionale come nella maggior parte dei paesi europei di ottica Bismarckiana ed è inoltre presente una compartecipazione delle imprese. Questo modello interviene nelle politiche abitative e soprattutto  nel sostegno a bambini e anziani. Facendo questo permette l’ inclusione della fascia lavorativa femminile perché esenta la famiglia da compiti di cura. Questa linea politica permette di eliminare il rischio di povertà e di esclusione sociale. Il mix di politiche attive all’ inclusione, unite a  politiche di istruzione hanno contribuito ad eliminare le disparità e le fratture di tipo generazionale e di genere.

Le problematiche del modello

E’ necessario segnalare due punti deboli. Il primo è collegato ad un aumento dell’ immigrazione. Di per sé l’immigrazione non rappresenta un male, tuttavia in questi paesi si è creato un forte dualismo dovuto all’ incapacità degli immigrati di inserirsi nel sistema in modo veloce. In parole povere, se queste persone non riescono ad inserirsi nel sistema velocemente non producono reddito pertanto non riescono a finanziare il sistema. Il secondo è collegato alla possibilità che un sistema welfare generoso possa comportare una minor tendenza  all’ingresso nel mercato del lavoro da parte dei cittadini. Stiamo parlando del cosiddetto effetto allocativo della produzione del reddito tale per cui i sostegni pubblici sarebbero così cospicui da convincere il lavoratore a concedersi maggior tempo libero.

In conclusione, possiamo affermare che i punti di forza del modello capitalistico Nord-europeo sono numerosi e considerevoli a fronte di alcuni punti oscuri che tuttavia non offuscano la bontà di questo sistema-paese. L’Italia ha molto da imparare sotto vari aspetti.

Christian Giogoli

“Il Reddito di inclusione sociale, perché NON è possibile rimandare”

“Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali Giuliano Poletti, ha approvato, in esame preliminare, un decreto legislativo di attuazione della legge sul contrasto della povertà, il riordino delle prestazioni di natura assistenziale e il rafforzamento del sistema degli interventi e dei servizi sociali (legge 15 marzo 2017, n. 33)”.

Questo si legge nel comunicato stampa  del consiglio dei ministri n. 33 del 09 giugno 2017. Il decreto introduce, a decorrere dal 1° gennaio 2018, il Reddito di inclusione (REI), quale misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Questo significa che, da gennaio 2018 spariranno il sostegno all’inclusione attiva (SIA) e l’assegno di disoccupazione (ASDI) per i disoccupati a fine NASPI, sostituiti dal nuovo strumento di sostegno alla povertà REI. Analizziamo questo istituto nel dettaglio.

Di cosa stiamo parlando?

Il REI è una misura nazionale rivolta a tutte le famiglie che vivono la povertà assoluta in Italia (per ulteriori dettagli clicca qui). L’istituto prevede l’erogazione di un contributo economico accompagnata dalla realizzazione di percorsi d’inserimento sociale o occupazionale, utili a costruire nuove competenze e/o a riprogettare la propria esistenza. Avranno la precedenza per l’assegnazione del Reddito di Inclusione le famiglie con presenza di minori, i disabili, le donne in stato di gravidanza e gli over 55 disoccupati che vivono in una situazione di difficoltà. Si tratta dunque di quello che comunemente potremmo chiamare “sussidio selettivo”, vale a dire un incentivo su base monetaria (correlato da una componente di servizi alla persona) elargito ad una particolare fascia della popolazione (solitamente le classi più disagiate), in questo caso parliamo di famiglie in stato di assoluta povertà. Il REI è un istituto di contrasto alla povertà appartenente a questa categoria e soddisfa la necessità del nostro paese di dotarsi di un reddito minimo garantito; fino ad oggi l’Italia era l’unico paese d’Europa (assieme alla Grecia) non dotato di un reddito minimo.

Il REI è un istituto di contrasto alla povertà di tipo “selettivo”, primo esempio in Italia di un reddito minimo garantito.

Chi può usufruire del REI e in che modo?

Il REI è una misura a vocazione universale, condizionata alla prova dei mezzi (in inglese si parla di means test). Viene infatti riconosciuto ai nuclei familiari che rispondano a determinati requisiti relativi alla situazione economica. In particolare, il nucleo familiare del richiedente dovrà avere un valore dell’ISEE, in corso di validità, non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.

Il REI è articolato in due componenti:

  1. un beneficio economico erogato su dodici mensilità, con un importo che andrà da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a quasi 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti;
  2. una componente di servizi alla persona identificata, in esito ad una valutazione del bisogno del nucleo familiare che terrà conto, tra l’altro, della situazione lavorativa e del profilo di occupabilità, dell’educazione, istruzione e formazione, della condizione abitativa e delle reti familiari, di prossimità e sociali della persona e servirà a dar vita a un “progetto personalizzato” volto al superamento della condizione di povertà.

Quali costi comporta a livello statale e come viene finanziato?

Questa è certamente la voce più controversa per quanto concerne gli istituti di lotta alla povertà. Seppur contenuti rispetto all’adozione di un reddito di cittadinanza, anche i costi di finanziamento per la creazione di un reddito minimo risultano di non facile copertura. Nel caso del REI, sono pronti due miliardi l’anno per un’assistenza che si rivolge a circa 660 mila famiglie, ovvero 1,8 milioni di persone, a partire dal 2018. Nella Legge di Stabilità 2016 è stato creato un fondo da 1 miliardo di euro, al quale sono stati aggiunti altri 150 milioni da quella del 2017. Ulteriori 500 milioni per il reddito di inclusione saranno poi sbloccati nel 2018. Dunque, al momento, sarebbero pronti 1,15 miliardi di euro per finanziare le prime mensilità.

Nella Legge di Stabilità 2016 è stato creato un fondo da 1 miliardo di euro […]. Ulteriori 500 milioni per il reddito di inclusione saranno poi sbloccati nel 2018.

I motivi sociali del REI

La sostenibilità del sistema-paese italiano è messa a dura prova da diversi fattori. In particolar modo, i costi del welfare stimati per i prossimi anni sembrano destinati a condizionare le scelte politiche del nostro paese. L’invecchiamento della popolazione unito ad un basso tasso di natalità (si svilupperà questo tema in un secondo momento, sempre su Scriptema), la crescita del debito pubblico complessivo e l’aumento delle famiglie in povertà assoluta sono solo alcune delle problematiche più significative del nostro paese. In merito a quest’ultimo punto, i numeri in Italia sulla povertà assoluta (clicca qui per i dati Istat), ovvero tutte quelle persone che non sono in grado di raggiungere uno standard di vita minimo accettabile, sono inquietanti. Se nel 2006, prima della crisi, parlavamo di 789.000 famiglie, nel 2015 il numero è salito a 1.582.000. In percentuale, le famiglie in povertà assoluta sono aumentate del 31% tra il 2011 e il 2012 (dal 5,2% al 6,8% del totale dei nuclei) e del 70% tra il 2005 e il 2012 (dal 4% al 6,8% del totale).

Se nel 2006 parlavamo di 789.000 famiglie, nel 2015 il numero è salito a 1.582.000.

Questi pochi dati bastano a comprendere l’importanza e l’urgenza dell’adozione di una misura di contrasto al disagio sociale ed economico, in continua espansione nel nostro paese. Tuttavia, per comprendere con esattezza se il reddito di inclusione sociale possa rappresentare una svolta per l’Italia, bisognerà attendere almeno fino alla sua attuazione. Nel frattempo il dibattito tra universalismo (il reddito di base) e selettività (reddito minimo e reddito di inclusione sociale) non si arresterà tanto facilmente. Noi di Scriptema siamo pronti a prendere parte al dibattito.

Francesco Garulli, Lorenzo Bernabeireddito-inclusione-sociale-500x500_c

 

Bibliografia:

 

 

 

“Adam Smith, un uomo solo al comando”

Adam Smith. La vita, il pensiero e le opere.

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Parte la nostra rubrica “I Grandi Economisti del passato”, a stampo puramente Economico. Ripercorreremo la vita e le opere dei più illustri economisti della storia dell’umanità. Cercheremo di dar vita ad articoli leggeri ma allo stesso tempo completi, frutto della sintesi di rigore scientifico e narrazione umoristica. Spetterà al lettore giudicare la bontà o meno del risultato artistico. Nella speranza di ricevere un vostro riscontro, positivo o negativo che sia (si accettano più volentieri i primi…). Buona lettura a tutti!

 

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Il nostro caro Adamo ha inventato l’economia politica.

Seppur esagerando nei termini, è certamente vero che Adam Smith fu uno dei più grandi economisti della storia dell’umanità. Prima di lui già molte altre teste brillanti e illustri si erano occupate di formazione dei prezzi, di produzione di beni, di proprietà privata…ci fu persino chi gettò le basi per comprendere il meccanismo delle bolle finanziarie creato qualche secolo dopo da un certo Ponzi (ne parleremo nel corso della nostra rubrica, non abbiate fretta). Tuttavia, quello che Smith riuscì a produrre si rivelò molto più potente di qualsiasi altro concetto economico in auge fino a quel momento. Adam Smith inventò l’economia, per come la conosciamo oggi.

Una vita piuttosto interessante

Dovendo descrivere questo grande economista con un aggettivo potremmo utilizzare il termine “sconclusionato”. Nato a Kirkcaldy nel 1723, 5 giugno per l’esattezza (del segno del gemelli, i nostri astrologi hanno già afferrato il concetto…), Smith cresce nella contea di Fife, un luogo ideale per un piccolo economista in erba. In effetti, l’erba in Scozia non manca grazie alle numerose precipitazioni temporalesche. Quel che mancava alla ridente cittadina di Kirkcaldy è la moneta! Sì avete capito bene, il nostro Smith cresce in un villaggio dove si utilizzano chiodi e materiali ferrosi per dar vita agli scambi commerciali (quando si dice “i casi della vita”). Un altro particolare curioso della vita dell’economista scozzese era la sua malattia nervosa che lo costringeva ad annuire con il mento continuamente, o almeno così vanno dicendo alcuni storici di cui vogliamo fidarci. Si narra persino che un giorno, alzatosi di buona lena alle prime luci dell’alba, Smith uscì di casa ancora in vestaglia e proseguì la sua camminata mattutina per circa 25 km. Una volta concluso il suo ragionamento, Adamo si arrestò stupito e si chiese dove fosse finito…

Ed è con questi ottimi auspici che ci accingiamo all’analisi del pensiero economico di uno dei più grandi pensatori della storia dell’umanità!

La “Teoria dei sentimenti morali” e la relazione sociale

Quello che un buon osservatore non deve mai dimenticare è la seguente considerazione: economia politica e filosofia morale sono la stessa cosa.

Con questa affermazione non mi sono fatto una gran fama all’università di Bologna e non posso dare torto ai miei critici, tuttavia occorre ricordare che in una scienza imperfetta quale è l’economia, più i concetti sono semplici più fanno presa sulle menti (definiamole “menti semplici”). Ergo, un economista che basi il suo pensiero su concetti lineari e comprensibili ai più, possibilmente evitando la matematica (!), sarà senz’altro un economista apprezzato. Ma veniamo al dunque: Smith, agli albori della sua carriera elabora una teoria secondo la quale gli esseri umani giudicherebbero i loro simili mediante l’immedesimazione nelle situazioni altrui. Nel testo questa caratteristica verrà definita “Simpathy” dallo stesso autore. Questo concetto teniamolo a mente, su ciò si baserà l’intero edificio del pensiero Smithiano. Naturalmente, data la facilità della teoria, questo rimarrà uno dei passaggi più conosciuti dell’economia di Smith (a proposito di menti semplici…)!

“L’uomo ha un bisogno quasi costante dell’aiuto dei suoi simili.”

La “Ricchezza delle nazioni” e un nuovo approccio microeconomico

John Maynard Keynes sta alla macroeconomia come Adam Smith sta alla microeconomia. In realtà, già altri autori prima di Smith si occuparono dei fenomeni microeconomici e su tutti la famosa scuola dei Fisiocratici (con punta centrale un giovane economista di nome Quesnay) che furono i primi a parlare di “laissez faire, laissez passer” e di interconnessione dei settori economici. Adam Smith altro non fa che riprendere i loro insegnamenti e reinterpretarli in chiave industriale. La mossa ha successo e in breve Smith diventa l’inventore del più importante modello microeconomico ancora oggi esistente, il modello della “Mano Invisibile”. Funziona più o meno così: il mercato è costituito da una domanda (i consumatori) e da un’offerta (i produttori). Gli interessi degli uni combaciano con gli interessi degli altri (Smith parlerà di self-interest, in altri termini di “egoismo positivo”).L’unica cosa da fare per quanto riguarda lo stato è…NON FARE NULLA! Il mercato si auto-regolerà e garantirà il livello di produzione ottimale. Poco tempo dopo gli studiosi di microeconomia svilupperanno un modello di equilibrio economico parziale, vale a dire di analisi di un SINGOLO mercato, denominato “Legge della DOMANDA-OFFERTA” (Alfred Marshall docet) che molto ha a che fare con i precetti del nostro autore scozzese.

“Ogni individuo si sforza di impiegare il proprio capitale in modo che il suo prodotto possa essere di grandissimo valore. Generalmente non intende né promuovere il pubblico interesse, né sa quanto lo sta promuovendo. Si prefigge solo la sua sicurezza, solo il suo guadagno. In ciò è guidato da una mano invisibile

La “ricchezza” di Smith

“E la ricchezza? Cos’è la ricchezza?”

La ricchezza nel modello Smithiano consiste nel REDDITO PRO-CAPITE, vale a dire il reddito dei singoli individui. Smith non si accontenta però di dare una definizione, vuole anche definire un modello di crescita economica basato sulla realtà del suo tempo. Per l’economista, sinonimo di crescita è “produttività”. Aumentare la produttività del lavoratore per renderlo più ricco! Per aumentare la produttività non esiste alcun bottone magico. Quest’ultima infatti è funzione positiva della DIVISIONE DEL LAVORO – in parole povere, più i lavoratori si dividono il lavoro, più risultano produttivi. A tal proposito, famigerata è la famosa filastrocca della “fabbrica degli spilli” secondo la quale ogni lavoratore sarebbe stato in grado di produrre un numero di gran lunga maggiore di spilli specializzandosi in una particolare fase del ciclo di produzione. Qualcuno negli Stati Uniti, circa un secolo e mezzo dopo, riprenderà questo concetto; lo chiameranno “fordismo” e si baserà sulla Mass Production. I proprietari delle Fiesta ne sapranno qualcosa…

La “Teoria dei Vantaggi Assoluti”

Lo Scozzese più illustre della storia si spinge oltre i confini nazionali e approda nel campo primordiale della Macroeconomia. Ok, precisiamo…al tempo di Smith NON vi è ancora traccia della moderna macroeconomia. Tuttavia l’intuizione del nostro economista si farà strada nella futura scienza economica fino agli autori neoclassici, quando verrà soppiantata da un sistema economico più avanzato e articolato (ci sarà tempo per parlarne nel corso della rubrica). La teoria afferma questo: ogni nazione deve specializzarsi nel campo di produzione nel quale risulta avere un vantaggio competitivo per poter scambiare in modo più efficiente il proprio prodotto con una nazione più capace di produrre un altro tipo di bene. Per fare un esempio, il paese A commercia vino nel quale ha un vantaggio assoluto rispetto al paese B che viceversa produce con successo la seta. Seguendo la teoria dei vantaggi assoluti l’evoluzione naturale degli eventi è la seguente: il paese A produrrà da qui all’eternità Vino in grande quantità e una buona parte di esso lo scambierà sul mercato per procurarsi gli altri beni e lo stesso farà B con la seta.  Non avete capito niente? Ma che problema c’è?! Gli studiosi successivi smentiranno questa tesi in ogni sua sfaccettatura. In particolar modo, Smith non coglie la potenza intrinseca nei servizi e sarà pertanto condannato ad essere superato, sotto questo aspetto.

La “toppa” dell’economista

“Caro Watt, la tua invenzione…non so come dirtelo…non servirà a nulla, ecco!”.

Sì, arrivò a dire questo il nostro Adam. Avrete senz’altro sentito nominare una volta nella vita il Watt (l’unità di misura della potenza del Sistema Internazionale). Ebbene il “Watt” deve il suo nome a James Watt, senza il quale l’invenzione della macchina a vapore sarebbe servita a ben poco – nel caso foste interessati qui trovate maggiori informazioni. Tornando all’economia, è abbastanza facile intuire il punto nevralgico della struttura teorica di Smith. Lo scozzese riteneva che la rivoluzione industriale non avrebbero portato a nulla e che i servizi non avrebbero mai generato ricchezza economica per un paese. Sotto questo aspetto, caro Smith, hai davvero TOPPATO…ma ti vogliamo bene lo stesso!

“La società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l’un l’altro.”

Francesco Garulli